Nota critica su:
Rosarita Cuccoli, La
Logica della Solitudine (Romanzo)
Bologna: Pendragon, 2004, ISBN 88-8342-285-6
Christopher
Rollason,
(M.A., Cantab.; Ph.D., York)
rollason@9online.fr
(La nota è basata
sull’intervento del Dr Christopher Rollason in
occasione della presentazione del volume, avvenuta presso la Libreria
Pendragon di Bologna il 21 settembre 2004, presenti anche l'autrice e
il Dr Vincenzo Bagnoli)
Edgar Allan Poe, a cui è dedicata una strada a Bologna, ha
scritto un lavoro sulla Filosofia della Composizione, e José
Saramago proprio recentemente ha intitolato il suo ultimo romanzo
Saggio sulla Lucidità. Se nell'universo delle lettere la
composizione può avere una sua filosofia e la lucidità
essere il tema di un saggio, allora anche la solitudine può
avere una sua logica. Ed ecco La Logica della Solitudine emergere come
il titolo del primo romanzo di Rosarita Cuccoli, nativa di Bologna e
già autrice della raccolta di poesie L'Amore Più
Profondo, edita da Pendragon nel 1998 con prefazione di Vincenzo
Bagnoli. Con questa sua nuova opera, sicuramente non ci troviamo di
fronte ad un saggio bensì a un romanzo, eppure percorrendone la
narrativa, così finemente sensibile, il lettore può
essere portato ad estrapolarne alcune conclusioni - per la
verità non troppo confortanti - sulle relazioni umane e sulla
solitudine che esse paradossalmente generano.
Il racconto segue una trama dalla lunga tradizione, quella della
sfortunata storia d'amore fra un uomo e una donna, aggiornata per
l'occasione all'era di Internet. Esso viene narrato in terza persona, a
rispetto delle convenzioni generali del realismo classico, e gli
avvenimenti sono descritti interamente a partire dalla prospettiva
della protagonista femminile. Una studentessa italiana a Cambridge,
Anna, si innamora e disinnamora di Marco, connazionale che come lei
studia sul posto. In ogni momento della storia, Marco si rivela
incapace di mostrare quell'impegno che invece Anna gli offre e al tempo
stesso domanda. Per descrivere la passione e disillusione di Anna, il
racconto si svolge secondo uno schema lineare, narrato al passato, con
interpolazioni in forma di lettere ed e-mail. I nomi di Anna e Marco -
sebbene la storia non sia la stessa - sono ispirati alla nota canzone
scritta e registrata nel 1970 da un altro artista nato a Bologna, il
cantautore Lucio Dalla (Dalla è anche menzionato nel testo del
romanzo, quando si fa esplicitamente riferimento a una cassetta che
Anna possiede - 73).
È la storia di un trasferimento all'estero. Anna, bolognese, sta
preparando un dottorato di ricerca in relazioni internazionali e svolge
il suo percorso accademico fra Cambridge, Bruxelles e Ginevra. Marco,
originario di Firenze, anche lui laureato, conduce studi nel campo
della psicologia sperimentale nei laboratori della famosa
università britannica. Cambridge stessa diventa in un certo
senso laboratorio, il laboratorio dove studiare le relazioni
inter-personali in uno spazio ristretto quali esse si sviluppano fra
due membri di un piccolo, ristretto gruppo di persone. Tale gruppo
è quello della comunità italiana, soprattutto di laureati
e in particolare italiani, che studiano all'università di
Cambridge. Nel corso del racconto, la mancanza di contatto fra Anna,
Marco e i loro amici, e la comunità invece di studenti
britannici è considerevole. Cambridge viene percepita dagli
studenti italiani, provenienti da una tradizione universitaria
differente, come uno spazio in un certo senso alieno: anche se Anna e
gli altri sono a pari dignità "sublimi menti cantabrigiane" (11)
e studiano "nella stessa prestigiosa università" (8), il
concetto di università d'élite, così come il
sistema dei college, tanto emblematico di Cambridge, non appartengono
al modello italiano. Al tempo stesso, però, alcune delle
caratteristiche della vita studentesca di Cambridge - la sistemazione
in studentati, le feste, le serate che proseguono fino a tarda notte -
risultano familiari a chi sia abituato allo stile bohemien della
cultura studentesca di Bologna. C'è dunque, dietro allo
svilupparsi della relazione, un intreccio dialettico costante fra
estraneità e familiarità, mentre sullo sfondo Cambridge
viene resa tangibile attraverso l'evocazione frequente dei toponimi
della città e della sua università - il Magdalene
(cioè il college di Anna), Trinity Hall (il college di Marco),
il Downing Site (dove si trovano i laboratori), lo spazio verde dei
Backs, Jesus Lane, la Round Church Street, Trumpington Street, ed anche
luoghi più plebei della città quali il centro commerciale
Grafton.
Il trasferirsi all'estero incontra la modernità in una relazione
che è strutturata tanto intorno alle e-mail quanto agli incontri
fisici. Anna e Marco non si vedono tutti i giorni, ma il loro scambio
di e-mail assicura al rapporto una certa continuità, se non
armonia, fino a quando questo dura. La comunicazione via Internet
paradossalmente serve, quindi, a collegare non due persone che vivono
ai lati opposti del mondo ma invece due persone vicine, che si trovano
nella stessa città e nello stesso ambiente. Per Anna, il mondo
apparentemente freddo e neutrale del computer finisce per caricarsi di
emozioni, perché ogni volta che apre la sua casella di posta
elettronica si domanda se troverà un messaggio di Marco - e se
questo accade, che tipo di messaggio: "Anna si precipitò a
occupare uno dei due computer nel corridoio laterale per controllare
l'e-mail. Scoprì che Marco le aveva scritto, diceva di aver
passato una bella serata e la invitava a cena per ricambiare l'invito,
questa volta, però, a casa da lui. Com'era accaduto per il
precedente messaggio, Anna lo rilesse immobile sulla sedia per un
numero imprecisato di volte" (18). Per una sensibilità quale
quella della protagonista, un semplice messaggio e-mail diventa un
testo da leggere e rileggere, da rivedere, scavare in ogni sua riga, da
interpretare all'infinito e conservare nella memoria come un bene
prezioso.
Attraverso la sensibilità delicata e attenta di Anna, La Logica
della Solitudine ci appare come un esempio evidente di quella che
può essere definita "scrittura femminile". Questo romanzo
difficilmente avrebbe potuto essere scritto da un uomo: il lettore si
trova davanti a un'analisi introspettiva, che dà la precedenza
al mondo interiore dei pensieri e delle sensazioni e che riveste il
mondo esterno con i colori delle emozioni. Il testo ci offre il
ritratto di una donna - intellettuale, riflessiva e in carriera,
certamente, ma soprattutto una persona di sentimenti - con le sue
occupazioni, abitudini, i suoi gusti, così come i suoi principi
ed aspirazioni nella sfera dei rapporti umani. Anna è una donna
profonda e spirituale, "più anima che corpo" (63), incline
all'autoanalisi: "Anna era incapace di essere superficiale, suo
malgrado, tutto in un modo o nell'altro la coinvolgeva. Dai più
quel suo stato mentale e psicologico veniva definito
'sensibilità' o addirittura ipersensibilità, enfasi che
implicitamente doveva indicare una dote quasi soprannaturale riservata
a pochi" (38). Siamo in presenza di un tipo particolare di produzione
letteraria femminile caratterizzata dalla chiarezza dell'analisi
introspettiva: il lettore viene accompagnato con la protagonista ad
"osservare lo spettacolo della sua vita" (88). La critica letteraria
potrebbe, attraverso uno studio dettagliato del testo, situare la
scrittura di Rosarita Cuccoli nella tradizione segnata da autrici quali
Virginia Woolf e Marguerite Duras, o, in terre più distanti,
Clarice Lispector in Brasile e Rosario Castellanos in Messico. Le frasi
sono calibrate con leggerezza e attenzione; poche ma significative
parole arrivano a racchiudere il massimo peso possibile delle emozioni
senza crollarvi dentro: 'Di notte si girava e rigirava nel letto in un
vortice di pensieri, Marco era su ogni lato. Ossessione, senza dubbio,
ma insieme ad essa anche orgoglio, rifiuto del rifiuto, inaccettabile
perdita di potere. E se invece fosse stato più semplicemente un
legame, tanto più forte perché senza senso?" (109)
Marco in tutto questo, nel frattempo, appare di una
superficialità quasi congenita, incorreggibile, mai intenzionato
ad andare in profondità e incapace di impegnarsi. È pur
vero che la storia d'amore è narrata dal punto di vista di Anna,
ma il lettore ha comunque l'impressione che se anche Marco avesse avuto
diritto di parola, la differenza sarebbe stata minima. Marco è
caratterizzato da un'assenza totale di consapevolezza e considerazione
per gli altri, compresa Anna. Un episodio nel racconto, in apparenza
banale, lo mostra chiaramente, quando scompare senza ragione nel mezzo
di una serata in discoteca.
Anna viene ripetutamente e dolorosamente delusa da questa sua perenne
indifferenza. Per parecchi mesi e fino a quando la fiducia rimane,
riesce a mantenere un delicato equilibrio, senza oltrepassare certi
limiti e sempre cosciente delle "regole tacite della loro storia" (97).
Successivamente si sforzerà di interpretare, invano, quello che
peraltro già agli inizi aveva intravisto come un "universo privo
di logica" (67). Nonostante tutto questo, il titolo del libro sembra
però volerci suggerire che la storia una sua logica, nascosta da
qualche parte, in fondo ce l'ha. La solitudine di Anna può
essere vista come il risultato logico dell'incapacità di Marco
di lanciare un ponte verso gli altri. E Marco, evidentemente, soffre
della sua propria logica della solitudine, per il fatto di non esserci
per gli altri. Potrebbe essere, allora, proprio in questa combinazione,
"la logica paradossale della loro storia" (53).
Una volta riposto il libro, il lettore sensibile si troverà
certamente in uno stato psicologico di empatia con Anna, con cui
avrà condiviso sofferenza e perplessità, ma di lei
avrà anche apprezzato la resistenza, la capacità di
sopravvivere a un tale inferno di non-comunicazione. Ciò che
emerge da questo attento, riflessivo romanzo è l'idea di un'Anna
cercatrice continua e indefessa ("un'anima alla ricerca" - 128), alla
caccia di quegli effimeri momenti in cui il tempo si ferma e tutto
improvvisamente ha un senso, come in un lampo ("incontrare, per qualche
istante, il paradiso" - 111). Il lettore lascierà le pagine di
Rosarita Cuccoli con la convinzione che, per quanto confuso possa
apparire il mondo dei rapporti umani, l'esistenza si giustifica proprio
attraverso la ricerca di queste epifanie, questi momenti di improvvisa
rivelazione, che sembrano volerci costantemente sfuggire ma che restano
eternamente necessari.